Ogni volta che rifacevo l’ultimo tratto della strada verso tempio, tra i fumi delle canne, che fluttuarono cangianti per diversi giorni, io rivedevo il tuo volto. La luce era magica perché il diffuso strato di nebbia e questi lembi che piano salivano e cambiavano continuamente al movimento della mia bicicletta rendevano tutto surreale, e senza suoni. In questo momento sapevo che il mio cercare era indissolubilmente legato a te, per quanto lontano tu fossi.
Quando il contadino ci portò il cagnolino, arrivò su una piccola motoretta con una scatola di cartone, con all’interno questo piccolo cucciolo. L’idea del cane, avuta dal tutor, era in sé un’idea carina ma dovendo noi restare qui solo due mesi mi sembrava in parte eccessiva. Comunque il cagnolino arrivò. Era un piccolo cucciolo molto carino, tutto nero con le sopracciglia marroni, molto affettuoso ed eccessivamente giocherellone. Come il cagnolino fu tirato fuori dal cartone, mi accorsi, senza che gli altri lo vedessero, che all’interno c’era un pesciolino vivo! Probabilmente si trattava di uno spuntino dato dal contadino al cane, o chissà come aveva potuto finire là dentro. Come che fosse, il cagnolino, presto soprannominato xiaogou, ovvero cagnolino appunto, non l’aveva gradito. Appena mi resi conto della presenza del pesce non seppi bene cosa fare, ma dovevo nasconderlo: se il monaco se ne fosse accorto, molto probabilmente se lo sarebbe immediatamente fritto in padella. O peggio ancora, lo avrebbe lasciato morire lanciandolo in mezzo a un campo. Era necessario, dal mio punto di vista, fare il possibile per salvare questa povera creatura dalla sua sofferenza. Per prima cosa allora presi un secchio dal nostro barile d’acqua e ci misi il pesciolino dentro, nascondendo poi il secchio in un angolo remoto. Il pesce apprezzò con qualche rapido e balenante guizzo la presenza dell’acqua intorno a sé. Il problema era che questa non poteva essere che una soluzione provvisoria, avevo di bisogno di un posto dove poter liberare quel affare in modo che potesse badare a se stesso, lasciandogli qualche speranza di vita. Oltretutto in un secchio avrebbe difficilmente trovato di che sfamarsi. Le mie discrete ricerche nei dintorni si rivelarono vane: non un rivoletto o una pozza d’acqua che sembrasse adatta ad accogliere forme di vita. Il pesce oltretutto cominciava a dare segni di disagio, stando immobile e instabile nel suo secchiello. Cambiargli l’acqua serviva a rallegrarlo per qualche ora. Ma non sapevo come fare, non volevo essere responsabile della morte di questo pesce e renderlo autonomo il più presto possibile. Passato un giorno la situazione naturalmente non migliorò, finché mi venne un’idea. Non che fosse una grande idea però: mettere il pesce nella nostra acqua. Non nel barile, dove il monaco l’avrebbe rapidamente trovato e fatto passare a miglior vita, ma direttamente nel pozzo, da cui attingevamo l’acqua. Pensai che questo poteva essere dannoso per la nostra salute, l’acqua noi la usavamo per bere cucinare e lavarci, ma in fondo tutta l’acqua veniva bollita prima dell’uso. Oltretutto speravo che dentro al pozzo il pesciolino potesse trovare altre forme di vita di cui cibarsi autonomamente. Certo non sarebbe sopravvissuto a lungo, ma un pozzo mi sembrava meglio di un secchio. Affannato da un’ulteriore aggravarsi della salute del pesce decisi di agire. Approfittando di una delle solite gite esterne del monaco sollevai la pietra che chiudeva il pozzo e versai il contenuto del secchio. Non seppi più, naturalmente, le condizioni del pesce, ma questo era il massimo che potessi fare per lui.
Con il proseguire dei giorni l’atteggiamento del monaco verso gli animali sembrò peggiorare. Tornato dal fare la spesa e una breve visita al mio amico Wang Li, che mi aveva invitato al prossimo matrimonio di famiglia, previsto per il mese dopo, trovai il cagnolino dolorante e zoppicante, con evidenti problemi alla zampa posteriore sinistra. Guaiva in continuazione, e continuò a farlo per tutta la settimana seguente, con particolare aumento del dolore nella tarda sera, quando i suoi latrati solitari nel buio della notte tormentavano l’oscurità. Il cane era infatti adagiato su della paglia sotto il portone principale, ma evidentemente la sensazione di solitudine lo schiacciava nel buio pesto delle campagne. Per fortuna con il passare dei giorni la sua situazione migliorò fino a guarire poi del tutto. Quando chiesi al monaco cosa fosse successo al cane, mi disse che era saltato giù dal balcone. Non essendoci stato non azzardai mai a incolparlo della cosa, ma dentro di me rimase sempre il dubbio che questa caduta fosse dovuta a qualche gioco sadico imposto proprio da lui al povero cagnolino.
Il primo giorno arrivammo al tempio accompagnati dal maestro, il più anziano monaco religioso di Shaolin, il tutor, una donna del luogo e due casse, una di spaghetti cinesi, che imparai ad odiare come la morte, e l’altra di pere, che finirono troppo presto. Due galline, a rigor di logica proibite dalla regola monastica, avevano viaggiato dentro un sacco nel baule, ma non sembravano troppo sciupate. Infatti ci fornirono quasi regolarmente uova nel resto del nostro soggiorno. Entrando in quella che sarebbe poi stata la nostra camera, scelsi a caso un letto e cominciammo a riassettare cataste di oggetti accumulatisi durante anni di disuso del tempio, tutti ricoperti di un persistente strato di polvere, che imparai, poi, essere causato dalla natura meteorologica stessa del luogo, e neanche dal tempo. Da uno di questi remoti cassetti il monaco giovane, il tutor, tirò fuori sorridente un obsoleto dvd porno, mostrandomelo come trofeo introvabile. Non ancora a conoscenza del trend, feci finta di non capire. Ciascuno dei nostri letti, come di tradizione nel nord della Cina, era dotato di una cassa interna dove poter depositare i propri oggetti e vestiti, sollevando il piano superiore del letto. Come tirai su il mio, adagiata su un letto di paglia, una tenerissima famigliola di topolini schizzò terrificata da tutte le parti, dirigendosi poi rapidamente verso la luce esterna alla ricerca della salvezza. Pochi di loro poterono però salvarsi: un forsennato ma implacabile tiro dei piedi della donna e del monaco tutor, spiaccicarono la maggior parte di questi piccoli esseri sul pavimento, sul marciapiede esterno e ancora, sulla terra del cortile del tempio.
Noi usavamo di fatto solo due dei tre edifici a U che formavano il piccolo complesso del tempio, e solo poche stanze. Sotto il cornicione del terzo, in corrispondenza delle travi, alcuni piccioni avevano nidificato, animando il cortile di un saltuario via vai volante, in realtà per niente di disturbo. La presenza dei piccioni costituì una dei più importanti divertimenti delle giornate del monaco. Aveva infatti l’abitudine di prendere la scala e tormentare le povere nidificazioni, non di rado rubando le piccole uova, allo scopo di cuocerle con gli spaghetti. Inutile dire che la cosa mi ripugnava, e a nulla valse il mio tentativo di evidenziargli che quelle uova, a differenze di quelle delle due ignare galline, erano in cova ed erano feconde, contenti un embrione di piccione che la regola ci imponeva di non uccidere.
Quasi un mesetto più tardi, mentre da dietro la finestrella della nostra camera stavo leggendo, intuii dal movimento in cortile che il tutor aveva intenzione di infastidire ancora questi poveri piccioni. Quando uscii per cercare di contenere la situazione mi accorsi che disgraziatamente aveva già raccolto uno di questi poveri giovani, sfuggiti alla caccia delle uova di poche settimane prima. Bruscamente mi rivolsi a lui criticandolo di voler ancora tormentare questi uccelli. Alla fase successiva, rapidissima, ogni mia speranza era perduta. Le ali del piccione che teneva in mano bruciavano con consistenti fiammate. Una vampata di rabbia mi si accese e cominciai ad insultarlo dandogli del pazzo. Per poi andarmene accecato dagli avvenimenti. Quel giovane piccione era già sparito al mio ritorno, e non seppi più come finì. Ho però un immagine nitida dell’uccello infiammato tra le sue mani, il suo occhio rosso che si guardava intorno allarmato, pure con uno sguardo non troppo differente da quello vigile e ignorante che i piccioni hanno sempre.