Author Topic: Oltre la porta del Buddhismo di Shaolin  (Read 99 times)

Laco

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Oltre la porta del Buddhismo di Shaolin
« on: 03 December 2011, 18:26:45 »
Prefazione
 
Gli episodi che seguono riguardano un viaggio compiuto nell’autunno del 2009 nello Henan, finalizzato a una Tesi di Laurea, per approfondire lo studio del Buddhismo Chan nei suoi luoghi di origine, a contatto diretto con alcuni tra i piu noti e riconosciuti maestri buddhisti del tempio di Shaolin.
Il corso degli eventi, in parte qui descritti, anche se non ha reso possibile portare a termine il progetto originale, ha dato spunto a molte riflessioni sul contesto del Buddhismo a Shaolin ai giorni nostri.
Conosco oramai da diversi anni chi scrive e ho condiviso con lui diversi allenamenti ed esperienze in Cina. Quello che troverete raccontato è un’esperienza vera, vissuta in prima persona, se non da un esperto, sicuramente da un grande appassionato. Una persona che, attraverso esperienze continuative in Cina in contesti sia rurali che urbani, a contatto sia con il Wushu tradizionale che con il mondo accademico delle grandi metropoli, ha maturato un’ottima conoscenza della lingua e della cultura cinese e ha imparato ad interfacciarsi con essa.
Visto che non abbiamo la necessità, noi, di vendere spicciolo Buddhismo o speculare sui miti dello Shaolin, abbiamo deciso di lasciare che il racconto fluisca libero da analisi, critiche ed interpretazioni a posteriori. Trattando di argomenti delicati come la religione e la filosofia il testo narra di questa esperienza in prima persona, così come l’autore l’ha vissuta e filtrata solo dai suoi occhi.
Ci auguriamo che possa essere utile, ovviamente senza generalizzazioni, a dare spunti di riflessione sereni e costruttivi a tutti coloro che vogliano intraprendere questo tipo di studi o di esperienze. Oggi, in un contesto come la Cina e in particolare il Tempio di Shaolin, chi cerca specchietti per allodole avrà sicuramente facile successo. Invece, chi vuole intraprendere una ricerca più approfondita potrebbe incontrare particolari difficoltà.
Esortando tutti gli appassionati a vivere il proprio percorso in prima persona senza condizionamenti e in piena consapevolezza, spero di essere riuscito a contestualizzare in maniera appropriata quanto seguirà.
Ringrazio Lorenzo per aver accettato di rendere pubblica la sua particolare esperienza e auguro a tutti una buona lettura.

Francesco La Cognata

lorenzo

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Quaranta minuti verso il tempio di Shaolin
« Reply #1 on: 03 December 2011, 18:29:06 »
Su un relitto delle industrie di biciclette cinesi, cigolante e instabile, mi avvio sulla polverosissima strada. Camion di carbone, tricicli, carretti con l’asino e macchine da lavoro passano chi più chi meno rombando al mio fianco. La strada è lunga, all’incirca quaranta minuti separano la mia breve visita alla civiltà, un piccolo centro fondato sull’industria energetica, Ruzhou, dal mio rifugio spirituale, un piccolo tempio di tre casette, al centro di una landa desolata di campi, tagliati solamente da un’autostrada, da est ad ovest. Man mano che mi faccio avanti in mezzo alla nebbia e alla polvere un enorme massa affusolata si delinea all’orizzonte: la stessa massa che rimarrà l’unico oggetto visibile all’orizzonte dal balcone del mio rifugio. Due gigantesche torri di raffreddamento, a volte fumanti a volte no, segnalano la presenza della centrale elettrica a carbone appena fuori Ruzhou. Insediata massicciamente lungo il tragitto verso il villaggio Wang Zhai, dà da lavorare a tutta la cittadina, a questi affumicati operai che si annuvolano intorno ostelli-bordelli germogliati intorno alle recinzioni della centrale.
Sulla destra riconosco la stazione di benzina che segna la fine del mio tragitto verso sud, ed inizia quello verso ovest: svolto a destra.
Il sole naturalmente non c’è. È là da qualche parte avvolto in una nube bianca fuoriuscita da qualche misteriosa canna fumaria. Lo so che voi state pensando alle torri di raffreddamento, ma non possono essere solo quelle: tutta la campagna, fino e oltre il piatto orizzonte, riposa e si dimena avvolta in questo manto polveroso, una polvere che puoi sentire sulla lingua mentre respiri, che è oramai parte integrante del tuo abito, a cui non puoi far altro che abituarti.
Il rettilineo verso il villaggio Wang Zhai è caratterizzato da un traffico e da una densità differente. Innanzitutto la strada è molto più stretta, ed asfaltata solo a tratti, e cominciano ad accumularsi ammassi di lamiere e ferraglie, qua e là miste a mattoni, che compongono i caseggiati del villaggio, tutti provvisti di una o più sbiadite insegne, parrucchieri, taverne, botteghine. Sulla strada viene continuamente versata acqua dai cittadini, probabilmente per tentare di tenere a bada la polvere, così nei tratti dissestati regna la fanghiglia. Sull’asfalto invece l’acqua aggruma la polvere del carbone che scende dai camion e dalle ciminiere, formando uno strato nero di bagna che domina poi l’incrocio più trafficato, il cosiddetto centro di Wang Zhai. Man mano che mi avvicino la strada si fa più popolata di pedoni e popolani in attesa, un’attesa eterna ad aspettare il prossimo ciclista o camion da guardare, distratti dai bambini che giocano con i cani randagi nella bagna.
Appena sulla sinistra un piccolo bazar alimentare ha il privilegio di essere situato al cardine dell’incrocio centrale, guadagnandosi così il ruolo di bazar principale. È qui che simpatico e sorridente ogni volta mi saluta Wang Li, il figlio del proprietario, che mi vende i semi di girasole gusto terra-sabbia a prezzi da amico. Ogni tanto, nelle sere di più densa inedia, sono venuto qui a guardare la tv con lui e la sua famiglia.
Oltrepassato l’incrocio, dribblando tra i mucchi di verdure in vendita nella bagna del mercatino esco dal villaggio per avvicinarmi alla frazione dove ha sede il mio rifugio. Qui la strada è stata fatta con una colata di cemento, per aiutare i contadini a portare i carretti all’incrocio. Alla mia destra e alla mia sinistra una distesa di campi sterminata proietta all’infinito la linea retta della strada che percorro. Qua e là qualche casetta ospita i contadini della zona: sono costruzioni in mattoni e poco cemento rigorosamente costruite secondo uno schema preciso, un’ampia porta che demarchi la soglia del cortile interno, e poi una struttura tutta quadrata come edificio, nessun intonaco, tutto color mattone. Qualche cane e polli per la strada.
Svolto a sinistra e oltrepassata quella che presumo essere una scuola, per via dei nugoli schiamazzanti di bambini, l’ultimo tratto di campagna mi accoglie in uno spettacolo quasi surreale. I contadini hanno disfatto i campi a fine raccolto e stanno arando con i buoi per preparare la terra all’inverno. Un solo trattore in fondo a destra borbotta solitario. Ai fianchi della strada i fusti del mais stanno bruciando per concimare la terra e fumi neri e bianchi creano flessuosi tendaggi contro il cielo bianco del Henan.
Ora vedo il primo caseggiato della 32ma succursale del tempio di Shaolin, il Guanyin Chan si, dove il tempio madre mi ha mandato a studiare buddhismo. Dalla casetta a fianco sento l’urlo dialettale del mio “tutor”, monaco della 34ma generazione di Shaolin, unico abitante del tempietto, insieme a me. Stava giocando a carte con il vicino e attendeva il mio ritorno, qualcuno deve guardare la porta di ‘sto tempio, lui va a fare un giro al bordello, ci vediamo per cena.

lorenzo

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10.000 dottrine e il mercato dei riti
« Reply #2 on: 03 December 2011, 18:39:53 »
La dottrina libera di Guanyin, così si chiama quella che seguo io. Ma non è il Chan, non sei del tempio di Shaolin? No il Chan è una teoria buddhista, poi ogni monaco segue una sua dottrina, in base alla propria personalità e alla propria indole; tu per esempio stai seguendo la dottrina del Tathagata. La dottrina del Tathagata? Si, leggi tanti sutra e ti interessano meno i riti, quella è la dottrina del Tathagata. A si mi piace leggere i sutra. Ma scusa quindi al tempio di Shaolin quanti monaci Chan ci sono? Due credo, su un centinaio. Gli altri seguono tutti dottrine differenti, Terra Pura, Amituofo, ce ne sono diecimila. Quindi il tempio non c’entra con il fatto che è Chan, con le dottrine che seguono i monaci? No, semplicemente il Chan nacque qui, ma i monaci vengono formati in seminario, non qui, e comunque ognuno segue una dottrina in base al proprio pensiero.
Intanto, durante uno dei pochi dialoghi impegnati che capitava di fare, venne una donna per ordinare un rito, con un bambino appresso. Disse che voleva pregare allo spirito dell’albero, un immortale taoista, allora portammo incensiera sulla ringhiera dell’aiuola intorno ad uno degli alberelli, e un inginocchiatoio. Loro offrirono del cibo, legarono un po’ di nastrini rossi intorno all’albero, fecero tanti inchini e bruciarono un po’ d’incenso. Poi se ne andarono. Tra le cose che avevano offerto c’erano dei panini, che tenemmo per la sera. Della carne, che non seppi più che fine fece, forse finì al cane, e delle “bugie” o perlomeno delle sfoglie fritte che non sapevo definire meglio. Le portavano spesso se qualcuno veniva a chiedere dei riti, e quella era la nostra salvezza, finalmente qualcosa di saporito da mangiare.
Un giorno venne il maestro, quello che avrebbe dovuto seguirmi nello studio del buddhismo, lui portava sempre un po’ di frutta, pane e a volte verdura. Mi chiese se andava tutto bene e che era molto impegnato, a svolgere riti ai clienti e ad occuparsi di due suoi orfanelli. Comunque quel giorno dovevamo andare a svolgere un rito nelle vicinanze, a propiziare la fortuna di una contadina. La casa non era molto lontana dalla nostra frazione, e ci andammo a piedi: era una casa di generazione precedente a quella delle case in mattoni e cemento degli altri contadini. Era costruita in terra, con terra battuta al pavimento e qualche pezzo di legno che sosteneva le pareti. Immagino che fosse stata molto pittoresca alla sua epoca: un relitto fatiscente di una Cina rurale oggi completamente scomparsa. Infatti la casa cadeva completamente a pezzi. Era costituita da poche stanze al piano terra, ora tutte cosparse di immondizia, plastiche e calcinacci, divorata dalla vegetazione. Al suo interno, al posto del tetto, rovinato molto tempo fa, un enorme sbieco tendone blu scuro riparava alla bell’e meglio dalle eventuali piogge. Qua e là, su piani di legno e pietra, consunti utensili casalinghi si spargevano improbabili, quasi a essere consapevoli di essere fuori posto, pur non sapendo in quale posto avrebbero dovuto essere. Una vecchia molto ingobbita, ci accolse biascicando parole in dialetti del tempo della sua catapecchia. Dentro trovammo modo di sistemare un altarino e cominciammo a cantare, accompagnati dal pesce di legno e da una campanellina. O meglio, io fingevo di seguire la nenia, perché i canti non li seppi mai distinguere. Dopo un’oretta di funzione ci fu un litigio, la vecchia pretendeva di dare una mancia al maestro, che rifiutava. Così ci avviammo correndo sulla strada, impedendole di darci i suoi due soldi.
Qualche giorno prima, in un altro rito, le cose erano andate diversamente. Si trattava di propiziare un matrimonio, e la famiglia, molto numerosa, aveva delle condizioni più agiate. Sul tavolo-altare un ammucchiata di piatti di ogni tipo troneggiava di fronte alle statuette dei Buddha. Dopo tanto incenso tanto cantare e tanto inchinarci andammo nel cortile a bruciare la carta rossa e spaccare una mela, sacrificata per qualche Bodhisattva. Quel rito fruttò 500 yuan, e il maestro ce ne dette una parte per le spese del tempio. In genere, mi dissero, andare a benedire una nuova casa, o una nuova famiglia, in zone più ricche poteva fruttare 2000 yuan. Un’azienda fa offerte intorno ai 10000 yuan. Siccome i riti tengono occupati i monaci almeno due volte la settimana, ogni mese hanno un introito netto intorno ai 50000 yuan, più lo stipendio garantito dal tempio, e Shaolin vanta quello più alto di tutta la Cina.
Poi venne il giorno del compleanno di Buddha. Ci preparammo fin dal mattino, cominciando a cucinare piatti vari, aiutati da una donna della frazione. A mezzo giorno cinque o sei piatti erano pronti, e con l’arrivo di qualche persona in più, qualche altra donna del luogo, demmo il via alle funzioni. Ricordo che queste signore sapevano tutte cantare le nenie, e che due di loro avevano un vestito da monaca marrone che indossarono durante la funzione. I canti furono più lunghi del solito e ci fu un lungo cantare camminando in trenino nella saletta del tempio, di fronte a una dominante statua di plastica di Buddha, sempre sorridente ed ambiguo. Il sorriso di Buddha, quello che rappresenta colui che ha raggiunto la serenità oltre la felicità transitoria, assunse piano piano una valenza differente: quella di una statua di plastica, messa di fronte ad un tavolo ricolmo di cibo e con trenino di sei persone che le cantava davanti. Che sorridesse o schernisse, loro non se ne preoccuparono, e accendemmo così i petardi per far festa. Tanto incenso fu bruciato quel giorno, e ricevemmo cospicue offerte. Ora c’era il problema che della cassetta delle offerte principale noi non trovavamo la chiave, per cui sostituimmo quella della sala al primo piano che potevamo invece aprire. Ricordo con gioia che le quantità di cibo offerte ci bastarono per mangiare due o tre giorni. Ci fu un piattino di semi di soia conditi in olio di sesamo che mi deliziava, assieme alle bugie e gli altri panini fritti.

lorenzo

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Natura umana, natura animale
« Reply #3 on: 03 December 2011, 18:54:48 »
Ogni volta che rifacevo l’ultimo tratto della strada verso tempio, tra i fumi delle canne, che fluttuarono cangianti per diversi giorni, io rivedevo il tuo volto. La luce era magica perché il diffuso strato di nebbia e questi lembi che piano salivano e cambiavano continuamente al movimento della mia bicicletta rendevano tutto surreale, e senza suoni. In questo momento sapevo che il mio cercare era indissolubilmente legato a te, per quanto lontano tu fossi.
Quando il contadino ci portò il cagnolino, arrivò su una piccola motoretta con una scatola di cartone, con all’interno questo piccolo cucciolo. L’idea del cane, avuta dal tutor, era in sé un’idea carina ma dovendo noi restare qui solo due mesi mi sembrava in parte eccessiva. Comunque il cagnolino arrivò. Era un piccolo cucciolo molto carino, tutto nero con le sopracciglia marroni, molto affettuoso ed eccessivamente giocherellone. Come il cagnolino fu tirato fuori dal cartone, mi accorsi, senza che gli altri lo vedessero, che all’interno c’era un pesciolino vivo! Probabilmente si trattava di uno spuntino dato dal contadino al cane, o chissà come aveva potuto finire là dentro. Come che fosse, il cagnolino, presto soprannominato xiaogou, ovvero cagnolino appunto, non l’aveva gradito. Appena mi resi conto della presenza del pesce non seppi bene cosa fare, ma dovevo nasconderlo: se il monaco se ne fosse accorto, molto probabilmente se lo sarebbe immediatamente fritto in padella. O peggio ancora, lo avrebbe lasciato morire lanciandolo in mezzo a un campo. Era necessario, dal mio punto di vista, fare il possibile per salvare questa povera creatura dalla sua sofferenza. Per prima cosa allora presi un secchio dal nostro barile d’acqua e ci misi il pesciolino dentro, nascondendo poi il secchio in un angolo remoto. Il pesce apprezzò con qualche rapido e balenante guizzo la presenza dell’acqua intorno a sé. Il problema era che questa non poteva essere che una soluzione provvisoria, avevo di bisogno di un posto dove poter liberare quel affare in modo che potesse badare a se stesso, lasciandogli qualche speranza di vita. Oltretutto in un secchio avrebbe difficilmente trovato di che sfamarsi. Le mie discrete ricerche nei dintorni si rivelarono vane: non un rivoletto o una pozza d’acqua che sembrasse adatta ad accogliere forme di vita. Il pesce oltretutto cominciava a dare segni di disagio, stando immobile e instabile nel suo secchiello. Cambiargli l’acqua serviva a rallegrarlo per qualche ora. Ma non sapevo come fare, non volevo essere responsabile della morte di questo pesce e renderlo autonomo il più presto possibile. Passato un giorno la situazione naturalmente non migliorò, finché mi venne un’idea. Non che fosse una grande idea però: mettere il pesce nella nostra acqua. Non nel barile, dove il monaco l’avrebbe rapidamente trovato e fatto passare a miglior vita, ma direttamente nel pozzo, da cui attingevamo l’acqua. Pensai che questo poteva essere dannoso per la nostra salute, l’acqua noi la usavamo per bere cucinare e lavarci, ma in fondo tutta l’acqua veniva bollita prima dell’uso. Oltretutto speravo che dentro al pozzo il pesciolino potesse trovare altre forme di vita di cui cibarsi autonomamente. Certo non sarebbe sopravvissuto a lungo, ma un pozzo mi sembrava meglio di un secchio. Affannato da un’ulteriore aggravarsi della salute del pesce decisi di agire. Approfittando di una delle solite gite esterne del monaco sollevai la pietra che chiudeva il pozzo e versai il contenuto del secchio. Non seppi più, naturalmente, le condizioni del pesce, ma questo era il massimo che potessi fare per lui.
Con il proseguire dei giorni l’atteggiamento del monaco verso gli animali sembrò peggiorare. Tornato dal fare la spesa e una breve visita al mio amico Wang Li, che mi aveva invitato al prossimo matrimonio di famiglia, previsto per il mese dopo, trovai il cagnolino dolorante e zoppicante, con evidenti problemi alla zampa posteriore sinistra. Guaiva in continuazione, e continuò a farlo per tutta la settimana seguente, con particolare aumento del dolore nella tarda sera, quando i suoi latrati solitari nel buio della notte tormentavano l’oscurità. Il cane era infatti adagiato su della paglia sotto il portone principale, ma evidentemente la sensazione di solitudine lo schiacciava nel buio pesto delle campagne. Per fortuna con il passare dei giorni la sua situazione migliorò fino a guarire poi del tutto. Quando chiesi al monaco cosa fosse successo al cane, mi disse che era saltato giù dal balcone. Non essendoci stato non azzardai mai a incolparlo della cosa, ma dentro di me rimase sempre il dubbio che questa caduta fosse dovuta a qualche gioco sadico imposto proprio da lui al povero cagnolino.
Il primo giorno arrivammo al tempio accompagnati dal maestro, il più anziano monaco religioso di Shaolin, il tutor, una donna del luogo e due casse, una di spaghetti cinesi, che imparai ad odiare come la morte, e l’altra di pere, che finirono troppo presto. Due galline, a rigor di logica proibite dalla regola monastica, avevano viaggiato dentro un sacco nel baule, ma non sembravano troppo sciupate. Infatti ci fornirono quasi regolarmente uova nel resto del nostro soggiorno. Entrando in quella che sarebbe poi stata la nostra camera, scelsi a caso un letto e cominciammo a riassettare cataste di oggetti accumulatisi durante anni di disuso del tempio, tutti ricoperti di un persistente strato di polvere, che imparai, poi, essere causato dalla natura meteorologica stessa del luogo, e neanche dal tempo. Da uno di questi remoti cassetti il monaco giovane, il tutor, tirò fuori sorridente un obsoleto dvd porno, mostrandomelo come trofeo introvabile. Non ancora a conoscenza del trend, feci finta di non capire. Ciascuno dei nostri letti, come di tradizione nel nord della Cina, era dotato di una cassa interna dove poter depositare i propri oggetti e vestiti, sollevando il piano superiore del letto. Come tirai su il mio, adagiata su un letto di paglia, una tenerissima famigliola di topolini schizzò terrificata da tutte le parti, dirigendosi poi rapidamente verso la luce esterna alla ricerca della salvezza. Pochi di loro poterono però salvarsi: un forsennato ma implacabile tiro dei piedi della donna e del monaco tutor, spiaccicarono la maggior parte di questi piccoli esseri sul pavimento, sul marciapiede esterno e ancora, sulla terra del cortile del tempio.
Noi usavamo di fatto solo due dei tre edifici a U che formavano il piccolo complesso del tempio, e solo poche stanze. Sotto il cornicione del terzo, in corrispondenza delle travi, alcuni piccioni avevano nidificato, animando il cortile di un saltuario via vai volante, in realtà per niente di disturbo. La presenza dei piccioni costituì una dei più importanti divertimenti delle giornate del monaco. Aveva infatti l’abitudine di prendere la scala e tormentare le povere nidificazioni, non di rado rubando le piccole uova, allo scopo di cuocerle con gli spaghetti. Inutile dire che la cosa mi ripugnava, e a nulla valse il mio tentativo di evidenziargli che quelle uova, a differenze di quelle delle due ignare galline, erano in cova ed erano feconde, contenti un embrione di piccione che la regola ci imponeva di non uccidere.
Quasi un mesetto più tardi, mentre da dietro la finestrella della nostra camera stavo leggendo, intuii dal movimento in cortile che il tutor aveva intenzione di infastidire ancora questi poveri piccioni. Quando uscii per cercare di contenere la situazione mi accorsi che disgraziatamente aveva già raccolto uno di questi poveri giovani, sfuggiti alla caccia delle uova di poche settimane prima. Bruscamente mi rivolsi a lui criticandolo di voler ancora tormentare questi uccelli. Alla fase successiva, rapidissima, ogni mia speranza era perduta. Le ali del piccione che teneva in mano bruciavano con consistenti fiammate. Una vampata di rabbia mi si accese e cominciai ad insultarlo dandogli del pazzo. Per poi andarmene accecato dagli avvenimenti. Quel giovane piccione era già sparito al mio ritorno, e non seppi più come finì. Ho però un immagine nitida dell’uccello infiammato tra le sue mani, il suo occhio rosso che si guardava intorno allarmato, pure con uno sguardo non troppo differente da quello vigile e ignorante che i piccioni hanno sempre.

lorenzo

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I tre tesori di Shaolin
« Reply #4 on: 03 December 2011, 18:55:27 »
Siccome il maestro, quello che avrebbe dovuto occuparsi del mio studio del Buddhismo, non si fece mai vedere, con il tutor avevamo deciso di fare intanto qualcosa noi. Lui disse di aver studiato medicina cinese in una piccola accademia di Ruzhou, che un giorno mi portò a vedere. Si trattava di una piccola scuola privata, costituita da due spazi, un’aula lunga e stretta, popolata da studenti di tutte le età in cerca di un diplomino sulla materia, e un secondo spazio, con funzione di segreteria e ufficio. Assistemmo ad una lezione qui, in mezzo a polverosissimi banchi di legno che venivano continuamente spostati da qualche studente che entrava o usciva, mentre si districava tra la spazzatura sul pavimento. A fianco alla lavagna, un poster con gli agopunti del corpo stava immobile di fronte a me e richiamava continuamente la mia attenzione. Il docente insegnava in dialetto, ma in modo piuttosto appassionato, molto probabilmente onorato dalla presenza di uno straniero alla sua lezione.
Decidemmo quindi che almeno finché il maestro non si fosse fatto vivo, il tutor avrebbe potuto insegnarmi qualche base dei principi di medicina, dandomi lezione ogni mattina al tempio. Sicuramente la medicina era il tema che più lo coinvolgeva, ed era anzi interessato a parlarmene quasi quanto mi parlava di sesso. Niente di male, visto che la medicina interessava pure a me. Comprato un piccolo quadernetto, recuperammo una lavagnetta da uno dei ripostigli del tempio. Le lezioni si tenevano nella stessa stanza dove giocavamo a carte, con una statua sulla destra della Guanyin della fertilità, Bodhisattva a cui si rivolgevano, non di rado e con le apprezzatissime ‘bugie’, le madri delle spose della zona, affinché potessero al più presto adempire al loro compito materno. Le nostre lezioni di medicina si svolgevano così: il monaco copiava il suo quadernetto sulla lavagna, che veniva a sua volta ricopiata da me. Dopo le prime lezioni il passaggio della lavagna venne rapidamente eliminato, così che copiassi direttamente dal quadernetto. Alla terza fase, quando in paese trovammo un buon libro di medicina, la copiatura non fu più necessaria e le lezioni annullate.
In quel giorno in cui, ricchi di buoni propositi, avevamo deciso di intraprendere un percorso didattico nostro il monaco aveva fatto una tabella degli impegni, che prevedeva lezione quotidiana di medicina e un’ora serale di meditazione. Il foglio fu attaccato al muro con il dentifricio in mancanza di colla, e ricordo che con un moto di orgoglio il monaco mi disse: “Questo è Chan!”.
Le lezioni di meditazione, immediatamente ridotte a venti minuti, furono solo tre: esse consistevano nel sedersi sul letto a gambe incrociate e cercare di non pensare. Per evidente mancanza di metodo e assenza di risultati, non ci alcun seguito, né da parte mia, né da parte sua.
“Non ho mangiato il maiale ma l’ho visto correre”. Con questo detto cinese si esprime la situazione in cui, pur non avendo direttamente mangiato maiale si sa perfettamente di cosa si parla, avendolo da sempre visto, e per estensione ci si può riferire a tutti i concetti desiderati, naturalmente, oltre che al maiale. Proprio con questo proverbio si può riassumere la visione del kung fu da parte del tutor. Lui infatti, monaco religioso e non marziale, non aveva mai praticato arti marziali in vita sua, né aveva mai avuto maestri. Soltanto in virtù del fatto di essere nato a Kaifeng, nel Henan, aveva fin da piccolo sempre saputo cosa il kung fu fosse.
Ora, capitava che talvolta mi mettessi a ripassare qualche forma di kung fu nello spiazzo del cortile e il monaco prontamente accorreva per prodigar consigli. Sosteneva infatti che per fare arti marziali non fosse necessario conoscere le tecniche e le posizioni ma averne semplicemente compreso lo spirito, al pari di uno slogan molto famoso all’epoca del Grande Balzo, quando per essere provetti metalmeccanici era sufficiente “essere rossi e non essere tecnici”. Grazie alla conoscenza di questo “spirito”, il monaco mi disse di aver insegnato ad un visitatore di Singapore un’intera forma di Shaolin, per la modica cifra di 1000 dollari. Così cominciava la sua scenetta, raccontando di tutte le risse da cui era uscito vincitore.

lorenzo

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Venti minuti dopo il tempio di Shaolin
« Reply #5 on: 03 December 2011, 18:56:15 »
In mezzo alla campagna della provincia di Ruzhou, la sera tardi, l’uso della luce elettrica è molto limitato, innanzitutto perché i contadini hanno l’abitudine, perfettamente comprensibile, di andare a letto presto. Così la notte assume dei colori particolari, più intensi, forse più antichi. L’infinita distesa di campi, priva di alcuna fonte di luce, diventa una presenza oscura, completamente nera che occupa la metà inferiore dello spazio. Di sopra, bagliori lunari o stellari si riflettono sulle nebbie e sulle nubi, creando una confusa sensazione di chiarore diffuso. Questo cielo blu scuro schiarito si abbatte contro l’orizzonte della terra, dove le due masse, nera sotto, e blu sopra, combattono un’eterna guerra dell’energia dei colori: il nero della terra sparita nelle tenebre sembra risucchiare tutto ma il cielo resiste appeso. È sulla linea dell’orizzonte che questa battaglia viene combattuta, le due masse sembrano ferme ma proprio contro la linea tensione elettriche agitano strane onde e l’occhio ingannato intuisce movimenti. Dal balcone, continuando a fissare questa immobile e cangiante immensità, ad un certo punto la sensazione dello spazio sparisce, e i due strati di colori sono dentro i tuoi occhi, senza più dimensioni, e ancora, senza tempo, in queste notti senza suoni. Il colore della terra, nero assoluto, il non-colore per definizione, al contrasto con il chiarore del cielo diventa vuoto, e la metà inferiore di fronte a te si trasforma in un buio enorme che inghiotte ogni equilibrio. Solo il cielo resta sospeso a metà su di lui.
Quando ebbi finito di piangere, mi asciugai le lacrime. Oltretutto questo balcone è così sporco che non è saggio accasciarvisi. Poco dietro di me, il cortile nord del tempio, di fatto già fuori dal complesso, che, accedendovi da una frana del muro di cinta, usavamo come latrina a cielo aperto. In fondo a destra, all’orizzonte, l’unica massa nera riconoscibile per contrasto con il cielo, quella delle torri di raffreddamento, immote.
Durante i giorni in cui il monaco non c’era, chiamato a propiziare un’azienda con canti e incensi, a garantirne la protezione dei santi, la depressione regnava sovrana nel nulla quotidiano della frazione di Wang Zhai. L’aspettativa eterna del vuoto del minuto successivo rendeva qualsiasi evento privo di sostanza. Non chiaramente che il tutor organizzasse attività interessanti, ma la presenza di un’altra persona mi aiutava a concentrarmi sulle mie cose.
Ogni tanto la sera veniva a trovarci lo scemo della frazione. Si trattava di povero nullatenente, che incapace di intendere viveva su di una carretta dentro ad un rudere a poche decine di metri dal tempio. Non aveva alcuna occupazione, non ne sarebbe stato in grado, e passava il proprio tempo girovagando qua e là. Se lo andavi a visitare probabilmente lo trovavi intento a raccogliere le arachidi dalle radici di qualche pianta trovata chissà dove. A volte mangiava con noi, poi la sera, essendo io dotato di computer, e provvisto di una discreta scorta di episodi a puntate in cinese, veniva a guardali anche lui. Capitava anche che giocassimo a carte.


Quasi un mese prima del previsto mi trovavo sul ciglio della strada dei camion di carbone, provvisto di tutti i miei bagagli, in attesa della corriera che mi avrebbe riportato a Dengfeng, piangendo. Quel giorno in effetti gli eventi precipitarono. Da quando il monaco era ritornato dal suo giro d’affari sembrava sempre più impaziente di lasciare questo tempio, cosa da una parte comprensibile, essendo questo luogo condannato a una forma di depressione superiore. Il tutor, che si occupava di passare con me la quotidianità, a modo suo la sua parte l’aveva fatta, quello che sembrava strano era che il maestro non si fosse mai fatto vivo per iniziare lo studio del buddhismo concordato presso il tempio madre. Al ritorno del tutor, ricordo mentre camminavamo sulla strada delle canne, oramai tutte spente, mi disse che sospettava che il maestro volesse soldi. L’avevo sempre trovata una cosa comprensibile, quello che non capivo era come pensasse che glieli potessi dare senza che venisse. Perché trasferirmi qui allora? Questo piccolo tempietto, succursale distaccata, era per certi versi più tranquillo del tempio madre, trafficato luogo dei mercanti di Shaolin. Il monaco mi confidò che questo tempio era in gestione al maestro, ed era sempre stato suo sogno renderlo un posto più vivo e attivo, ma che la realtà circostante aveva sempre lottato contro, cosa per altro che avevo constatato con mano. Un tempio, per piccolo che sia, acquisisce la sua dignità fintanto che abitato, sta bene che qualcuno ne tenga le chiavi, o ne guardi la porta, come dicono loro.
Negli ultimi giorni le cose avevano cominciato a farsi sempre più ambigue e movimentate a riguardo, finché il monaco mi disse che due ore dopo se ne sarebbe andato alla volta di Pechino, ad aiutare un suo amico a trovare lavoro, ricevendo così la sua parte. Non sarebbe più tornato. Telefonai subito al maestro, il quale mi disse che non sapeva cosa fare, e non diede segni di voler venire. Non seppi mai bene cosa successe veramente e soprattutto per quale motivo gli accordi presi al tempio di Shaolin con l’aiuto e il supporto di terzi non ebbero alcun seguito. Quel giorno, vedendo in frantumi tutto il progetto iniziale di studio organizzato, non potei fare altro che preparare i miei bagagli.
Mentre stavo sul ciglio della strada, aspettando la corriera che sarebbe arrivata dopo venti minuti, altri pensieri percorrevano la mia mente. Mi vedevo già seduto sulla traballante lamiera dell’autobus, sballottato su queste strade dritte in mezzo alla polvere e alle nebbie. Dal finestrino, un contadino qua e uno là. Dengfeng. Zhengzhou. E due giorni dopo Shanghai, dove Francesco mi aspettava profugo.